| Campo | Descrizione |
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| Nome Razza | Mannari |
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| Descrizione | Antichi uomini-bestia che trasmettono la loro natura tramite il morso. Cinque le stirpi principali: lupo, leone, orso, volpe e licaone. Alcuni parlano di rari mannari di altre tipologie, come quelli legati a totem delle tigri o altre bestie. Spiriti selvaggi legati alla luna, mutano in creature terrificanti nelle notti di plenilunio e possono assumere la forma del proprio animale totemico. |
| Origini | Una delle razze più antiche, con possibili legami con i popoli fatati. Fortemente connessi alla luna e alla natura. Si diventa mannari per due motivi: 1) si è figli di altri mannari (mannari puri) oppure 2) tramite morso infetto di un altro mannaro in forma Crinos o animale (mannari impuri). |
| Cultura e lingua |
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| Aspetto, differenze tra sessi | Di norma sono più robusti e vigorosi degli uomini comuni, ma molto dipende dal loro animale totemico di riferimento, dal quale prendono tratti essenziali: un mannaro orso potrebbe essere più grosso e robusto, un lupo avere tratti del viso più decisi, una volpe essere più gracile ed agile... Lo stesso vale per il colore dei capelli e della pelle (potrebbe essere rossiccio per la volpe, e nero per l'orso bruno, oppure quasi albino per un lupo artico). Differenze sessuali: evidenti, con femmine più snelle e uomini più robusti. Anche in forma animale mantengono quel sesso. |
| Sensi |
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| Statura e Dimensioni | Statura media: 1,50– 2,10 m (umanoide), fino a 2,5 m nella forma Crinos (teriantropica: la terza mutazione, in cui la bestia e l'umano si fondono creando una creatura ferina e terrificante.) Anche in questo caso, dipende dall'animale totemico, si va dalla volpe (forma umana 1, 70 di media, all'orso che può raggiungere in forma umana i due metri e passa); il Crinos l'animale di equilibrio è il lupo, che può arrivare a 2, 5 metri circa. L'orso sarà perfino più grosso, la volpe un po' più piccola ed esile (per quanto possa esserlo quella forma) Per quanto riguarda la forma animale, si tenga presente l'animale totemico mediano (il lupo) con dimensioni leggermente più grandi di quello reale come riferimento: Lupo medio (Canis lupus)
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| modificatori razziali | Modificatori di razza |
| Bonus e Malus | Bonus. Possibilità di trasformarsi in animale o Crinos, fiuto speciale che permette di riconoscere le razze già incontrate, rigenerazione accelerata; Malus l'istinto talvolta acceca, in Crinos possono colpire i propri amici, non hanno affinità con l'ars (magia) e non la percepiscono. Possibile eccessiva sensibilità ai rumori o agli odori fastidiosi (specie se artificiali). |
| Abilità Speciali | Skill di razza (indice) Skill mannari |
| Longevità | Vivono di media un po' di più degli umani, ma la maturità avviene forse poco prima, ma dipende dall'animale totem e dal tipo di tribù al quale appartengono. Media: arrivano fino a 90 - 120 anni. Sopravvivono raramente alla vecchiaia naturale, spesso muoiono durante le trasformazioni più estreme. |
| Allineamento | Generalmente orgogliosi, leali al proprio clan, temperamento animale. Possono variare da benevoli a feroci a seconda del controllo degli istinti. |
| Percezione delle Altre Razze | Metodo di riconoscimento: Possono riconoscere le altre razze a vista e tramite l’odore: il sangue e la morte dei vampiri, la natura degli elfi, l'aspetto ferino degli altri mannari e il terriccio di drow e nani. Pur percependo perfino qualcosa si sulfureo o innaturale in angeli e demoni, potrebbero dover rivedere e risentire più volte queste razze per poter capire di cosa si tratti, i mannari impareranno progressivamente a distinguere ogni razza e ogni individuo coi quali intrattengono relazioni; NON percepiscono però magia e aura di altre creature. Nota: dentro una folla riconoscere odori specifici diventa MOLTO più difficile, e in condizioni di tempo avverso (pioggia, neve, tempesta...) il loro fiuto peggiora e rende più difficili questi riconoscimenti. |
| Rapporti con altre Razze |
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| Possibili "sottorazze o famiglie" |
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| Approfondimenti | Trasformazioni (vd anche skill mannari):
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Introduzione
I mannari sono esseri dalla natura ibrida fra la razza umana e animali mammiferi predatori. A causa di un misterioso contagio chiamato teriantropia, considerato in qualche modo analogo al morbo della rabbia (definito maledizione da alcuni ma anche dono da altri), essi possono trasformare gli esseri umani in altri teriantopi se i primi sono vittima del morso di un mannaro trasfigurato nella sua forma più mostruosa. Questo avviene ovviamente solo se la vittima sopravvive all’attacco e non in tutti i casi la trasformazione ha successo; ciò accade se l’umano manifesta i segni della teriantropia durante la successiva luna piena, dopo la quale, una volta ritornato in forma umanoide, è ormai cambiato per sempre.
Particolare eccezione è rappresentata dai maghi: la presenza della magia indebolisce l’organismo degli umani in modo da poter raramente sostenere la teriantropia, la quale a sua volta viene contrastata dal mana. È molto difficile che un mago venga infettato, ma quando accade, è perché la teriantropia ha avuto il sopravvento sul dono magico dell’umano, il quale sparirà del tutto.
La metamorfosi consiste non solo in un cambiamento fisico, ma anche nell’acquisizione di una forte componente istintiva e caratteriale ereditata dalla specie animale infettante.
Storia dei mannari a Sid
Poiché i mannari tendono a rifuggire gli insediamenti umani, prediligendo la natura selvaggia e i luoghi più remoti e incontaminati, risulta difficile stabilire quando abbiano fatto la loro comparsa a Sid. Non essendo facilmente riconoscibili nella loro forma umana, e divenendo identificabili solo nella loro sembianza ibrida, la presenza dei mannari si è a lungo confusa tra mito e leggenda.
Eppure, le loro tracce emergono in antichissime tradizioni popolari e racconti rurali, nati tra contadini e allevatori e poi diffusi fino a entrare nel patrimonio comune della cultura sidiana. Per questo si tende a ritenere che i mannari abitino Sid e le terre limitrofe da tempi immemorabili, sebbene in passato non fossero riuniti in vere e proprie società organizzate.
Negli ultimi decenni, tuttavia, si è registrato un notevole aumento di avvistamenti e attacchi, tanto a danno di uomini quanto di animali. Tale incremento ha alimentato un diffuso timore collettivo, e non è raro che, durante le notti di luna piena, la popolazione preferisca non oltrepassare le mura cittadine, temendo l’incontro con queste enigmatiche e feroci creature.
Sensi e percezioni
I cinque sensi si acuiscono notevolmente, l’odorato diventa ipersensibile ed in grado di fiutare piste olfattive come fa un segugio, accompagnato anche da un incremento della vista e dall’udito. Un mannaro vede molto meglio di un umano al buio ed è in grado di percepire gli ultrasuoni, mentre il suo olfatto è il più fine in assoluto fra le razze senzienti.
Tutto questo gli consente non solo di riconoscere gli altri teriantropi, ma anche di distinguere le emanazioni di tutte le razze mortali. Avvertono con chiarezza la traccia di umani, nani, centauri, elfi, drow in modo deciso, ma non per questo ne sono infastiditi.
Un mannaro anziano che si sia già imbattuto in creature immortali può imparare a fiutare persino l’icore, benché sia un odore alieno ai loro sensi.
A seconda del proprio elemento d’origine, la fragranza emessa dalle fate viene percepita come salsedine, umido, cenere, fumo, terriccio, fango, aria fresca o stantia.
Elfi e drow hanno un aroma tenue e delicato ma riconoscibile.
Nonostante i demoni possano avere diversi afrori, il loro necroplasma saprà sempre di qualcosa di innaturale, di alchemico potrebbe dirsi, accompagnato da un’inconfondibile graveolenza sulfurea. Il bioplasma, se versato, emette invece una pungente esalazione acida. La traccia emessa dai vampiri è sempre la stessa, in quanto queste creature non hanno mai un “proprio” odore personale, ma solo questo olezzo che esclusivamente i mannari possono percepire e gli è particolarmente sgradito; è un tanfo particolare che ricorda vagamente un cadavere prossimo alla putrefazione misto a polvere ammuffita. In realtà, anche alcuni fra gli animali selvatici più sensibili sono infastiditi dal fetore di un vampiro, e ciò stimola negativamente anche l’istinto dei mannari, mentre il raziocinio ne disgusta l’associazione alla morte e alla decomposizione. Mordere un vampiro, ad esempio durante un combattimento, provoca un estremo senso di ripugnanza in qualsiasi mannaro, persino durante la furia cieca dello stato di berserk.
Non importa quanto una persona possa provare a coprire il proprio odore con dei cosmetici, ogni mannaro avvertirà sempre la traccia naturale mista a quella del profumo additivo.
Talvolta i loro sensi sono così fini che un rumore od un miasma eccessivamente intensi o improvvisi possono provocar loro un attimo di stordimento.
Nati mannari vs. trasformati
Come già detto, gli umani trasformati sviluppano un comportamento più vicino all’istinto animale, per quanto non dimentichino i modi e i costumi dell’esistenza precedente che però spesso inizia a star loro stretta.
Un discorso diverso vale per i nati mannari, figli dell’unione di due mannari o di un umano ed un mannaro. Infatti il contagio si trasmette anche alla prole dei mannari, con rarissime eccezioni in cui se l’altro genitore è un umano resistente alla teriantropia può talvolta trasmettere i propri tratti alla progenie. Il figlio in questo caso è come se fosse un “portatore sano di licantropia”; esso non può trasmetterla , ma dopo il primo ed unico salto generazionale, la licantropia si ripresenterà sempre nella sua discendenza.
I mannari di nascita solitamente hanno ben chiara la propria appartenenza razziale e non soffrono di crisi d’identità dovute alla perdita dell’umanità dopo la trasformazione. Essi mutano sin dal principio della loro vita nel proprio alter ego animale nella statura corrispondente alla propria età. Se una donna subisce le doglie durante il plenilunio, il cucciolo nascerà nella medesima forma in cui si trova la madre al momento del parto.
Temperamento, autocontrollo e ambiente
A causa di questo fattore bestiale, i mannari hanno un certo problema con l’autocontrollo per come è comunemente inteso, e la lucidità stessa diventa flebile quanto più alta è la tensione del momento.
In generale, per via dell’indole animalesca preminente, i mannari non spiccano per sagacia e sanno essere delle vere e proprie teste di legno, ma questo li rende anche molto fedeli ai propri principi e leali ai propri cari. Gli impulsi bestiali vanno ad influenzare anche il temperamento dell’individuo.
Per via della forte componente istintiva, un mannaro, che sia nativo della tribù o urbanizzato, si trova maggiormente a suo agio nel proprio ambiente naturale; questo comporta una maggiore dimestichezza nello sfruttare l’ambiente per orientarsi o nascondersi.
Trasformazioni: forme e dinamiche
Ma la peculiarità più prodigiosa della razza è senza dubbio la possibilità di trasformarsi. Ogni mannaro ha accesso a tre differenti stadi transitori:
La forma umana; come si può intuire, in questo stadio il mannaro appare in tutto antropomorfo, ma con delle variazioni rispetto alla genetica, in quanto successivamente al contagio, la costituzione sembra subire modifiche: a prescindere dall’età, l’esemplare parrà soggetto ad una relativa crescita in statura parimenti ad un irrobustimento muscolare. Ossa come mascella e mandibola si ingrandiscono, permettendo la fuoriuscita dei denti del giudizio (se vi sono) che diventano funzionali, e ad uno sguardo attento si può notare come i canini siano più pronunciati del normale. Questo dipende anche dalla stirpe d’origine del mannaro che ha sferrato il morso e dalla stazza dell’alter-ego animale.
Il sistema circolatorio migliora in efficienza a causa dello sviluppo di nuove terminazioni capillari; ciò comporta una resistenza alla fatica sovraumana, ma aumenta il sanguinamento in caso di lesioni.
Aumenta la digeribilità di carne e cibi crudi e l’appetito per essi; i mannari prediligono il gusto della selvaggina rispetto a quello adulterato dei capi di allevamento.
L’apparato osseo è caratterizzato da un midollo ridotto e da una densità maggiore che accresce il peso complessivo e la robustezza delle ossa, sebbene queste perdano in flessibilità. I mannari in generale, soprattutto quelli di nascita, sono mediamente più alti degli umani; gli uomini possono raggiungere i 230 centimetri e le donne i 215 cm senza mostrare sintomi di gigantismo patologico.
Un mannaro convertito non crescerà che di alcuni centimetri, ma nel complesso sarà evidentemente più nerboruto e villoso agli occhi di eventuali conoscenti. Può capitare che anche tratti come il colore dell’iride o dei peli corporei vengano contaminati dalla cromatura dell’occhio e dalla tinta della pelliccia dell’alterego animale– e viceversa. Anche il ciclo vitale è influenzato dalla teriantropia l’aspettativa di vita aumenta, e può crescere anche di cinquant’anni o più a causa delle capacità rigenerative eccezionali della razza. Anche se raramente un esemplare muore per cause naturali, l’aspettativa di vita di un mannaro può superare i 120 anni. Ad un certo punto, l’invecchiamento infiacchisce il corpo fino a raggiungere il punto di rottura in cui questo non è più capace di sostenere l’immensa tensione della metamorfosi ed è frequente che chi è sopravvissuto fino ad una veneranda età subisca un collasso organico totale durante la trasformazione e muoia a metà strada fra le due forme. Per questo motivo non è impossibile ritrovare nei luoghi consacrati dai clan alla tumulazione resti le cui ossa appaiono come deformate in modi disumani.
Nelle tribù si racconta anche di figure mistiche vissute quasi due secoli, ma si tratta probabilmente di leggende esagerate dalla trasmissione orale di generazione in generazione.
La forma ferale; è la controparte bestiale del mannaro, la rappresentazione in carne del suo alterego animale, detta anche terimorfismo; secondo la tradizione orale, essa è l’incarnazione dell’anima. A seconda del clan d’appartenenza, il mannaro può mutare nel totem dello stesso, ma anche in questo caso la stazza non rappresenta esattamente quella di un esemplare comune in natura: nel caso di animali come l’orso o il leone, le loro dimensioni saranno più moderate, nel caso di una volpe o un lupo, al contrario, leggermente più imponenti: questo perché i mannari, in quanto creature dalla duplice identità, vivono a metà strada fra la natura umanoide e quella animalesca. In questa forma, olfatto, vista e udito sono al massimo del proprio potenziale. Ogni mannaro impara a controllare la transizione fra forma umana e ferale di pari passo allo sviluppo del linguaggio, padroneggiandola con la maturità, al punto da riuscire in età adulta ad alternare questa mutazione a quella teriantropica nei giorni di luna gibbosa precedenti e successivi alla notte mensile di luna piena.
In forma ferale, un mannaro non può mai parlare, e più in generale smarrisce il controllo sul proprio raziocinio, salvo nel caso di individui adulti e addestrati. L’animale in ogni caso preserva la propria memoria emotiva e riconosce i propri cari.
La forma teriantropica; le leggende in cui i mannari sono menzionati fra le civiltà non fatate, solitamente, riducono l’idea dell’intera razza al terrore suscitato dal loro aspetto più temuto, motivo per cui la complessità della loro esistenza viene interamente sminuita alla condizione di uomini maledetti. I mannari solitari, nati umani e trasformati accidentalmente, estranei alla cultura dei clan, sono i più soggetti a subire il peso di questo stigma e perciò anche a cercare di nascondere la propria natura vivendo come reietti; la società mannara, al contrario, tende a vivere questa mutazione come la quintessenza dell’espressione del proprio io selvaggio e come una fiera esternazione ed affermazione di libertà, e pertanto rifiuta l’idea che ciò sia dovuto al peso di una maledizione.
In questo stadio il corpo del mannaro cresce in altezza e robustezza; le sue sembianze sono un ibrido fra i tratti del proprio terimorfismo e la struttura antropomorfa, al punto che esso può scegliere se ergersi in posizione eretta o correre sulle quattro zampe. Il raziocinio viene totalmente sostituito dall’istinto, a vantaggio di forza e agilità che esplodono e surclassano sia quelle della forma umanoide che di quella ferale; persino la soglia del dolore raddoppia, rendendo il mannaro irrefrenabile.
Questa trasformazione occorre ciclicamente al sorgere di ogni luna piena, e con il tramonto di questa si conclude anche; in queste occasioni, il mannaro segue il proprio istinto venatorio, cacciando nel proprio territorio riconoscibile e, nonostante egli diventi pericolosissimo per chiunque negli immediati paraggi non faccia parte del branco, un mannaro di buona indole potrebbe non necessariamente attaccare se non avverte alcuna minaccia per se stesso, il clan o il proprio territorio; inoltre, i mannari più vissuti e con maggiore padronanza delle proprie facoltà, hanno maturato un certo autocontrollo che permette loro di accedere alla memoria emotiva e ad un certo grado di raziocinio.
Un mannaro può assumere questa forma anche durante le notti di luna gibbosa; sarà più aggressivo che in forma animale, ma meno di quanto lo sarebbe durante una luna piena.
Tuttavia, l’apice della pericolosità di questa mutazione avviene quando il mannaro, in preda ad una forte scossa di adrenalina e tensione, si infuria al punto di perdere il lume della ragione: in quel caso, se smarrisse totalmente il controllo di se stesso, potrebbe trasformarsi in forma teriantropica indipendentemente dalla luna, totalmente vinto da un’ira cieca che rischia di riversarsi indiscriminatamente su nemici ed alleati. Per tale motivo, gli sciamani dei clan insistono spesso sulla via dell’equilibrio alla ricerca della pace interiore, uno stato inalterabile a cui il mannaro deve aspirare per contenersi nei momenti di pressione per non esporre a rischio il resto del branco. Inutile dire che i mannari solitari sono quelli meno preparati a gestire le scariche di adrenalina…
Durante tali fasi di berserk, il mannaro in questa transizione perde la percezione del dolore, e non retrocede fino alla vittoria o alla morte.
Questo tipo di mutazione è sempre molto dura ed estenuante, e l’organismo non può sostenerne più di una in una singola giornata. Questa è l’unica forma in grado di trasmettere la teriantropia, tramite il morso e il contatto della saliva con le mucose o le ferite aperte.
Ogni trasformazione è come una nuova nascita, ed in termini più pratici, è un vero e proprio travaglio, in quanto i tessuti, le ossa, gli organi e la pelle si stirano e si deformano; il pelo si ritrae o si allunga sulla pelle che cambia spessore, le ossa si riplasmano in varie forme e dimensioni, e non sempre senza dolore, specialmente per i mannari novizi che patiscono convulsioni, scosse e dolori realmente atroci. Come funzioni il processo che permette tutto ciò è un enigma, ma i veterani della razza riescono gradualmente a padroneggiare sempre meglio certi aspetti della metamorfosi. Un mannaro gravemente ferito e con ossa rotte non può trasformarsi volontariamente: questo può avvenire a guarigione compiuta. Durante un plenilunio, invece, il mannaro si trasforma indipendentemente e questo comporta un incremento esponenziale delle sue facoltà rigeneratrici al punto che persino ossa infrante, a causa della loro metamorfosi, possono rimarginarsi. Tuttavia questo è impossibile nel caso di fratture scomposte, che si rinsaldano solo marginalmente al costo di un dolore triplicato rispetto a quello usualmente provocato dalla mutazione.
La trasformazione è una cosa molto seria nella vita dei mannari, sia come elemento di identità razziale, sia per il rilievo nel loro bioritmo: opporsi ad essa può essere molto frustrante sul piano psicologico, mentre i tentativi fisici di bloccare la metamorfosi mensile possono portare gravi conseguenze, dolori lancinanti, danni e perfino la morte dell’individuo. Per questo, la tradizione dei clan è molto generosa nel favorire attivamente la propria natura, ed essi confidano che durante le notti di plenilunio la caccia e lo sfogo dei propri bisogni siano soddisfacenti e liberatori. Alla fine di ognuno di questi cicli di plenilunio, il mannaro, ritornando in forma umana, cade in un sonno ristoratore: per tale motivo, nessuno ha ricordi chiari di queste notti se non reminiscenze come di chi si desta da un sogno.
Fisiologia, metabolismo e guarigione
Il loro metabolismo accelerato ed il maggiore dispendio di forze dovuto a trasformazioni ed altro, aumenta il fabbisogno calorico, da cui la proverbiale voracità dei mannari.
Gli organi interni dei mannari somigliano anatomicamente a quelli del proprio sembiante animale, ma spesso presentano delle differenze (più che altro strutturali) fra le tre forme. Per questo i mannari preferiscono trasformarsi a stomaco vuoto e, meglio ancora, a digestione ultimata – uno stomaco pieno che si torce e si riduce di volume è un problema doloroso. Un grosso predatore che si è appena riempito il ventre di selvaggina, non può ritornare immediatamente in forma umana pena fitte lancinanti.
La razza dei mannari non possiede realmente una rigenerazione sovrannaturale come si pensa, però ha una capacità di remissione delle ferite molto più rapida rispetto a quella umana. Un’eccezione a questa regola è rappresentata dalle ferite causate dall’argento
che, per contro, rallentano la guarigione del mannaro in quanto tale metallo è tossico per le piastrine del sangue, che non si coagulano causando emorragie. Tecnicamente, l’argento non rappresenta una sostanza velenosa, ma l’intolleranza ad esso costituisce un rischio in grado di menomare gravemente un mannaro; nel caso in cui l’infortunato necessiti di medicine gliene dovrà essere somministrata una dose doppia rispetto a quella che occorre normalmente ad un umano. La sua stessa fisiologia infatti lo rende maggiormente resistente ai farmaci sia curativi che velenosi, specialmente durante la transizione in forma teriantropica.
Territorialità e società
I mannari sono creature territoriali, per cui sono istintivamente irritabili alle intrusioni non preventivate nel loro habitat; gli attacchi diretti rivolti a quella che considerano la propria tana possono innescare una spirale di furia tanto acuta da scatenare una mutazione involontaria.
I branchi ritengono la propria terra suolo sacro, e sono spesso pronti a difenderla a qualsiasi costo. Tuttavia essi sono tolleranti verso le creature con cui condividono l’habitat, e nutrono un naturale rispetto per i popoli fatati.
In quanto spiriti tendenzialmente liberi, sono inclini a spregiudicati moti passionali, fieri ed orgogliosi del proprio essere, e raramente sono posati o riflessivi. Tuttavia gli anziani dei clan, massima espressione dell’autorità tribale, pongono estrema enfasi sulle tradizioni tramandate dagli antenati e garantiscono che il branco sia educato all’onore e al rispetto delle gerarchie. Chi rifiuta di sottomettersi a queste ultime, o peggio chi non ha l’occasione di incontrare i propri simili dopo il contagio, vive spesso un’esistenza solitaria e schiva, estraniata dai valori comuni alla propria razza.
Spiritualità e figure di guida
Il culto più diffuso fra i mannari è quello di Gaia/Haizleph, venerata come lo spirito della natura, la madre che fornisce loro sostentamento. Gli adepti più ferventi si ergono a protettori della vita, e spesso pongono molta enfasi sulla caccia di abomini innaturali come le creature non-morte, non facendo troppa discriminazione se questi siano esseri senzienti o meno.
Mentre ogni clan è devoto alla succitata Grande Madre, alcuni gruppi sono anche seguaci di Lirith, la dea lunare. Questi individui sono tendenzialmente più sanguinari del dovuto anche per la norma dei branchi, ed esaltano il potenziale conferito loro dalla Luna Piena cercando, anziché evitare, lo stato di berserk che permette loro di mutare senza porsi freni alcuni.
Gli sciamani sono l’autorità spirituale nel branco; sono considerati interpreti del volere della terra e di Haizleph, e sono reputati il tramite fra gli spiriti ed il clan; ad essi è affidata la decodificazione dei sogni. Questo non comporta che gli sciamani abbiano qualche potere particolare, se non quello conferito dalla saggezza e dai segni ricevuti lungo il lungo percorso di ricerca interiore. Sono mannari di grande forza ed esperienza, spesso alla guida del branco; gli anziani più forti fra loro pare siano in grado di restare perfettamente lucidi durante tutte le trasformazioni e guidare i propri fratelli anche durante le notti di luna piena.
Nella società dei clan, i giovani vengono iniziati alla maturità a 23 anni. Ogni branco ha un proprio diverso rituale di transizione, che una volta completato sancisce il passaggio all’età adulta.
Tipologia di clan: stirpi
I bestiari alla Torre della Stregoneria ordinano i mannari in tre categorie: lupoidi, plantigradi e felidi. Tale classificazione è in realtà obsoleta e non tiene conto della reale suddivisione dei clan mannari, ed oltretutto contiene informazioni datate sull’esistenza di altri tipi di teriantropi di cui non si trova più traccia. Pare infatti che in tempi remoti esistessero altre varietà di stirpi, che nel tempo sono sparite, possibilmente a causa della persecuzione e della fusione con altri clan. A questo proposito infatti è assodato che se i genitori appartengono a due clan distinti, il nascituro apparterrà ad una sola specifica stirpe presa fra quella del padre o della madre; in nessun caso, l’animale sembiante potrà essere un ibrido fra due forme.
La vecchia classificazione accademica può tuttavia essere utile per definire alcune caratteristiche che variano tra clan e clan. Ad esempio, a livello sensoriale, i canidi hanno un olfatto migliore dei felidi che al contrario possiedono una vista ed un udito superiori, mentre gli ursidi invece detengono il primato per l’olfatto e la forza più eccezionali ma non raggiungono l’acutezza di vista e udito comuni alle altre stirpi.
Il rigetto da parte del mondo, non senza una buona dose di primeva fierezza, ha fatto modo che i mannari si raggruppassero innalzando la propria teriantropia a coesione razziale, non solo rafforzando la propria visione di essa come appartenenza di specie e non come semplice circostanza di “maledizione”, ma anche come unità delle stirpi sia come famiglie a se stanti che come collettività che forma una vera nazione. Ogni clan ha una propria identità ben radicata ed un preciso metro per definire se stessi e gli altri, infatti tutti hanno, oltre che un proprio nome ancestrale con cui chiamano se stessi, un altro termine unico con cui riconoscono ognuno degli altri clan.
- Tribù dei Lupi Mannari: detti licantropi, mutano nella specie del lupo grigio [canis lupus]. Quando il resto del mondo pensa alle leggende sui mannari, allude al mito dell’uomo lupo come una mostruosità abominevole ignorando spesso la vera natura di tali racconti, e se in molte zone del mondo la loro esistenza è ancora reputata una superstizione, ancor meno si sa del fatto che i licantropi non sono che solo uno dei diversi clan esistenti. Per questo motivo nonostante il termine “licantropia” semanticamente definisca gli uomini lupo nello specifico, esso viene spesso usato universalmente al posto del più corretto “teriantropia”.
Il totem di questo clan è chiamato “Fenlycar”, il Custode delle Foreste, e simboleggia la ferocia, la destrezza e l’unione fondata sulla lealtà verso solidi legami da cui la stirpe trae il meglio della propria forza. La risoluta determinazione del totem del lupo è in grado di sormontare la timidezza, l’indecisione e la confusione della parte umana del mannaro laddove la direzione e lo scopo vengono meno e sono necessarie chiarezza e persistenza.
Essi costituiscono il clan dominato dalla più severa e forte gerarchia, e la cooperazione ne è la forza principale. Ogni singolo membro ha il proprio ruolo ma tutti sono responsabili del sostentamento, dell’educazione e della difesa dell’intero branco. Essi sono fedeli per la vita e ognuno veglia sugli anziani e sui cuccioli fin quando non sono abbastanza grandi da contribuire ed essere indipendenti. Questo branco è in grado di operare come una singola unità con un’efficienza unica nel suo genere. Il clan è guidato dal cacciatore più vecchio ed esperto, solitamente un maschio alfa.
Fra tutti i mannari, i licantropi sono gli individui più interdipendenti e quando qualcuno viene trasformato senza la tutela di un clan, può sentirsi talmente smarrito e sviato da perdere totalmente il controllo di sé e divenire per tutti una minaccia a piede libero. In condizioni più salubri, un licantropo sa anche essere socievole ed adattabile, in cambio di rispetto.
Il territorio di questo clan a Sid si trova nel fitto del bosco. I licantropi vengono presi come esempio medio per definire le caratteristiche razziali, essendo le loro abilità sensoriali e motorie adeguatamente bilanciate fra loro. Il morso di un lupo è il più forte dell’intera famiglia dei canidi, raggiungono e superano la velocità di un alopecantropo, fiutano meglio degli ailurantropi e vedono meglio degli arctantropi.
Lupi, volpi e orsi mannari condividono spesso gli stessi habitat e nella storia non sono stati esenti da scontri territoriali, al punto che il termine adottato per definire un guerriero in stato di estasi marziale e furia cieca, ossia “Berserker”, è stato in realtà originariamente coniato proprio dai licantropi per definire gli accessi irrazionali d’ira che accecano gli arctantropi in questioni territoriali al punto da rivoltarli contro alleati ed invasori indistintamente. Per i licantropi invece, berserker non è altro che il nome degli uomini orso in se, e pochi sanno che sono proprio loro ad averlo diffuso nel mondo. Coi cugini che chiamano “Reynard”, ossia gli alopecantropi, non insorgono conflitti simili, e se non altro sono a volte visti come mascalzoni col vizio di mettere le mani su prede e possedimenti che non gli spettano. Tuttavia, i conflitti tra lupi mannari ed altri clan sono relativamente rari perché la razza in linea di massima ha imparato a convivere e cooperare. Inoltre i licantropi svolgono spesso la funzione di intermediari fra famiglie e la loro cultura integra in modo consistente il concetto di coesione razziale, poiché la potenza del branco è proprio l’unità. Essi sono forse l’unico clan disposto ad accettare ed integrare persino quelli che definiscono “Shuck”, i licaionantropi, che non avrebbero altrimenti nessun altro su cui fare affidamento fuori dalla propria famiglia. Devono fare uno sforzo di tolleranza maggiore con i cosiddetti “Sphinx”, titolo che attribuiscono agli ailurantropi, a cui sembra interessi più del necessario competere coi licantropi nella supremazia razziale.
- Tribù dei Leoni Mannari: detti ailurantropi, mutano nella specie del leone [panthera leo], anche se in realtà fonti abbastanza attendibili affermano che questo clan abbia nel tempo assorbito in se una varietà di stirpi felidi capaci di mutare in diversi tipi di “gatto mannaro” (traduzione letterale del termine “ailurantropo”), oramai apparentemente estinte. Questa stirpe proviene dalla savana, bioma conosciuto ai confini esterni della Strigia, ambiente storicamente conteso col clan dei licaionantropi, rivali dalla notte dei tempi. Il totem dei leoni si chiama “Nemelam”, il Re delle Sabbie, ed è associato a coraggio, dominio, e orgoglio.
La dinamica gerarchica dei Nemelam è parecchio spicciola e brutale: comanda il più forte. Chi si rivela essere il maschio più forte del branco è il sovrano incontrastato, almeno fin quando non emerge un nuovo sfidante in grado di sottomettere e rimpiazzare il campione. Il pretendente non deve necessariamente avere un legame tribale, e anche un ailurantropo estraneo può rivendicare il trono. Il “re” ha precedenza in ogni cosa, nelle decisioni, nella scelta delle mogli e nel nutrimento, e nonostante la propria abilità è privilegiato nello sfamarsi della cacciagione procurata da terzi, i quali solitamente sono le femmine del branco. Sono proprio le cacciatrici in realtà a rappresentare la vera forza del clan: esse proteggono e allevano i cuccioli e procacciano loro il cibo. I maschi le affiancano volentieri nella caccia, ma sono loro le vere depositarie delle tradizioni venatorie. Agli uomini, compreso il capo, spetta comunque il compito di combattere per la difesa del territorio, onore ma anche onere perché se il maschio dominante dovesse perdere uno scontro (anche contro un non-ailurantropo) rischierebbe di decadere dal proprio temuto seggio e smarrire il supporto dei subordinati subendo da essi una sfida dietro l’altra. Per tale motivo dal capobranco ci si aspetta prodezza e sicurezza oltre che sfoggio di forza selvaggia.
La cultura leonina è interamente permeata da un’alterigia forse superiore alla superbia dei licantropi. Un tipico leone mannaro manifesta un’attitudine particolarmente narcisista e permalosa, e tende a voler primeggiare in ogni cosa. Le manie di grandezza degli ailurantropi raggiungono pretese divine in alcune leggende ancestrali che rivendicano l’ascendenza di alcuni mitici patriarchi del clan a figure celesti discese fra i mortali. Gli ailurantropi si definiscono “Ka’manari”, i Primi Mannari, o anche “Arbeankara”, ossia Primizie di Arbea; questo è il nome di un antico aspetto tribale di Haizleph, manifestatasi in questo caso come dea-leopardo discesa da Anumordi, cioè “i deserti infuocati sulla superficie del sole” per generare una stirpe sacra sulla terra, gli ailurantropi, i quali sarebbero appunto il clan originario incaricato di regnare su tutti i mannari secondogeniti. Per questo motivo, i Nemelam più tradizionalisti vivono talvolta una sorta di rivalità con quelli che chiamano “Wepwawet”, ossia i licantropi, ma sono disposti ad accettarne la cooperatività soprattutto quando questi si frappongono come intermediari con gli altri branchi. Per il resto, nutrono nei confronti degli altri clan, come le volpi “Althalab”, una sorta di senso di superiorità che talvolta mascherano come distaccata deferenza, anche se rispettano gli orsi mannari attribuendogli il titolo di “Jambavan”. Nel caso dei licaoni mannari i rapporti sono più aspri: in generale gli ailurantropi considerano i licaionantropi “Inpu” una stirpe decaduta nella degenerazione, nonostante siano creduti d’aver rivestito un tempo il ruolo di antichi guardiani dei confini tra la vita e la morte. Dal punto di vista dei licaoni quella dei leoni mannari è una semplice scusa per giustificare l’aperta prevaricazione nella contesa del territorio di caccia fra i due clan.
Le tribù appartenenti a questo clan non sono native di Sid; degli esponenti nomadi potrebbero transitare nella zona del bosco o per la pianura centrale, ma non hanno mai formalmente posseduto un proprio covo, per cui non contendono attualmente alcun interesse territoriale all’interno del regno.
- Tribù delle Volpi Mannare: detti alopecantropi, mutano nella specie della volpe rossa [vulpes vulpes]. Il totem di questa stirpe è “Teumesjing”, il Furfante delle Steppe, dal quale il clan trae la propria furbizia, scaltrezza e adattabilità. Ancora una volta si tratta di un branco sostanzialmente ignorato nella cultura popolare dell’occidente, prettamente a causa dello stile di vita elusivo e rocambolesco. Essi non vantano la medesima forza delle altri stirpi e tendono ad essere meno irruenti - dato che la volpe non è un animale così grande da esser versato alla caccia grossa. Tuttavia, scaltrezza, agilità e destrezza sono il vantaggio degli alopecantropi rispetto alle altre famiglie, e da ciò deriva una grande propensione alla prudenza ed all’adattabilità, e la capacità di cavarsela alla grande in qualunque ambiente con uno stile di vita duttile senza forti limitazioni culturali; tutto ciò fa della loro stirpe la più cosmopolita.
Fra tutti i mannari hanno la dieta più variegata, e in caso di estrema necessità non esitano a mangiare qualsiasi cosa sia commestibile. L’attività venatoria viene tradizionalmente vissuta come un momento di introspezione personale ed infatti i cacciatori prediligono una caccia solitaria, votata al silenzio ed all’ascolto. Le volpi sono particolarmente orgogliose (ed avare) del proprio bottino al punto che raramente condividono la preda col branco stesso al di fuori del proprio ristretto nucleo familiare.
Se un “Teumesjing” offre qualcosa, probabilmente si aspetta un vantaggio. Ognuno di loro bada per se stesso; tuttavia, non sono voraci come gli altri mannari e vivono una vita più frugale e alla giornata. Quando ottengono più del necessario, tendono a conservare la refurtiva in vista di eventuali necessità future, suddividendola preventivamente in diversi nascondigli per non rischiare di perdere tutto in caso di furto. Non formano spesso gruppi molto numerosi, e quelli esistenti assumono una connotazione di famiglie nomadi allargate. Un gruppetto ben organizzato è in grado di adeguarsi facilmente alla vita cittadina e vivere alla macchia nei dintorni dei centri abitati, attingendo opportunisticamente alle risorse umane in modi furtivi e illeciti, col favore dell’ombra e senza lasciar traccia. In genere, loro molto più che gli altri teriantropi sanno come confondersi tra gli umani senza destare attenzioni. Le loro vie sono molti affine con quelle degli umani Zinomiri, coi quali esiste una sorta di complicità sottintesa.
I branchi sono tipicamente forniti di un complesso codice di segnali segreti e parole d’ordine con cui comunicare e lasciare messaggi fra loro. Questo linguaggio tribale è un lascito di un’antica tradizione orale dei branchi che, diffondendosi durante le ere, si sono spostati dal misterioso oriente fino ad approdare oltreoceano. Con loro, portano i lasciti dei vecchi nomi usati per chiamare i diversi mannari nelle terre oltreoceano.
Nonostante l’invasività e la territorialità del clan, gli alopecantropi sono abituati a sforzarsi di rispettare gli spazi delle altre stirpi più aggressive che, reputandosi in una posizione di maggior forza, tendono a prendersi licenze nei confronti delle più timide volpi mannare, con l’eccezione degli arctantropi, che i Teumesjing chiamano “Ungnyeo”, i quali concedono sufficiente rispetto a qualsiasi altro mannaro sia abbastanza accorto da non infastidirli. Soffrono a malapena la compagnia delle altre famiglie canidi, come i lupi mannari che definiscono “Láng rén” e i licaoni mannari che invece sono noti come “Tiangou”, rifuggendo soprattutto la presenza di questi ultimi; come in altri casi, le origini di questa diffidenza si perdono nella mitologia, la quale trova una rappresentazione visiva nell’astronomia della cosiddetta costellazione del “cane” vista come all’inseguimento di quella della “volpe”, come se il totem del Lailakuhanda fosse impegnato in un eterno inseguimento del Teumesjing senza mai effettivamente poterlo acciuffare. Non ci sono invece screzi con gli ailurantropi, che riconoscono col nome di “Koimanu”, sebbene gli alopecantropi tendano ad essere sprezzanti verso il loro atteggiamento superbo.
Per quanto siano tendenzialmente girovaghi, potrebbero facilmente radunarsi a Sid presso i numerosi nascondigli offerti dai Monti Neri e dai vari boschi, senza timore di aggirarsi per i villaggi e spiluccarne le risorse quando gli abitanti dormono.
- Tribù degli Orsi Mannari: detti arctantropi, mutano nella specie dell’orso bruno [ursus arctos]. Questa stirpe potrebbe essere la più forte in assoluto fra tutti i teriantropi, e parimenti rara. Il nome del loro totem è “Atsanaagwak” , il Signore delle Montagne , tuttavia gli arctantropi sono più semplicemente noti come “Atsanak”. Questo totem rappresenta il vigore, la famiglia e la saggezza, valori fondamentali del clan. Esso è considerato come il protettore della natura, il guardiano della conoscenza e delle tradizioni mannare.
Nella comunità dei mannari, gli arctantropi sono spesso visti come figure sciamaniche di rilievo associati a rituali di guarigione, sebbene come tutti i mannari, gli Atsanak siano sprovvisti di qualsiasi potere magico in se; le presunte capacità taumaturgiche sono perlopiù una profonda conoscenza dell’anatomia dei teriantropi e dei rimedi naturali, che riconoscono letteralmente “a naso” nella natura, con la quale sono in sinergia quasi perfetta.
Gli Atsanak non sono consuetamente gregari e non si accampano ne viaggiano in branco, ma è più comune che le famiglie del clan occupino tane personali ricavando la propria casa presso grotte e spelonche, deputando un luogo di adunanza comune come circolo sacro. Persino per la norma degli altri clan, sono estremamente territoriali e sedentari, e sono inguaribilmente arcigni e irritabili. La loro furia diventa cieca quando sono i familiari ad essere in pericolo, e la sola possibilità che la prole possa correre un rischio è in grado di scatenare una trasformazione incontrollata, quello che i licantropi per primi hanno definito berserk.
Tale proverbiale irascibilità li rende spesso intrattabili, ma d’altro canto ricercano più una vita quieta e abitudinaria piuttosto che il conflitto. La loro aggressività è infatti quasi esclusivamente volta alla difesa, e infatti sopravvivono anche con mezzi differenti dalla sola attività venatoria – sono infatti i mannari più inclini ad una dieta onnivora e sono anche abili pescatori, non trovando nella predazione e nel sangue la stessa ragion d’esistere di cui gli altri clan sono invece fieri.
Per questo motivo non dimostrano alcun interesse per l’espansione della propria zona di caccia, focalizzandosi interamente sulla semplice preservazione dei propri territori ancestrali. Questo minimizza ulteriormente le incidenze di conflittualità con altri popoli, eccezion fatta per i licaionantropi, i quali secondo il mito si sarebbero macchiati dell’empio crimine di aver sacrificato il leggendario patriarca degli orsi macellandolo ed offrendolo come dono rituale alla sua stessa famiglia per mettere alla prova la saggezza degli orsi. Gli Orsi Mannari non perseguono attivamente gli “Shunka Warakin” - come chiamano i licaoni -, ma sono restii ad accettarne il transito nei propri territori.
Inoltre, scontri tra licantropi (da essi definiti “Amarok”) e arctantropi sono possibili, ma le stirpi sono più che capaci di coesistere e cooperare fintanto che non insorgono conflitti territoriali.
Gli Atsanak riconoscono gli alopecantropi come “Aguará” e sono generalmente bendisposti verso di loro fin quando questi non provocano scompiglio nei loro territori. Non sono noti particolari rapporti con gli ailurantropi, che gli orsi mannari sporadicamente citano come Nahual.
Non sarebbe una sorpresa se a Sid questo clan avesse stabilito una tana presso la Foresta Nera degli omonimi monti, ma l’origine ancestrale del clan degli arctantropi si colloca ben ad ovest di ogni terra conosciuta, presso le lande ancestrali delle Terre del Silenzio, mai colonizzate dagli uomini. Li si dice che sopravvivano le tribù più antiche di mannari che custodiscono segreti ben più antichi di quelli che la civiltà arrogantemente crede di aver acquisito.
- Tribù dei Licaoni Mannari: detti licaionantropi, mutano nella specie del licaone [lycaon pictus], un cane selvatico delle lontane savane e deserti meridionali; possono spesso venire confusi coi più comuni lupi mannari a causa del loro aspetto canino. Essi sono effettivamente stati per la maggior parte assorbiti da tale clan, e i portatori del totem licaonino sono oggi un gruppo esiguo: nel loro habitat d’origine sono stati sempre in conflitto con i “Mingwa”, cioè tribù affiliate agli ailurantropi, che li hanno gradualmente accerchiati scacciandoli sempre più all’interno del territorio conteso, fino a respingerli al confino nell’entroterra proibito della Strigia. Quelli che sono riusciti a sottrarsi alle grinfie dei leoni mannari sono stati costretti molto tempo fa all’esilio nelle terre dei più “solidali” Impisi – i licantropi. Anche qui, loro malgrado, hanno trovato un nemico negli arctantropi, il cui odio invece non deriva da interessi territoriali, bensì culturali. Leggende infatti accusano i licaoni di aver tradito e ucciso quello che chiamano “Nandi”, il patriarca dell’omonimo clan degli orsi mannari, e di averlo macellato e servito ai suoi familiari. Rapporti più neutrali sussistono infine con gli alopecantropi che essi riconoscono sotto il nome di Asibika.
Le tribù di licaionantropi superstiti conducono una vita nomade, nascondendosi ai propri stessi simili, trovando vera libertà solo nel cuore sperduto della temuta Strigia, dove le condizioni di vita mettono a dura prova persino le abilità di sopravvivenza dei mannari. Sono considerati empi secondo il codice tribale degli altri clan, ma forse proprio a causa delle persecuzioni hanno sviluppato solidissimi legami sociali - più stretti di quanto non lo siano fra i rivali felidi - che costituiscono il punto di forza del clan, ossia una coesione e organizzazione sociale che rende il totem del “Lailakuhanda”, il Cacciatore delle Savane, estremamente temibile quando essi sono uniti. Questo totem incarna valori come la sazietà, la vendetta e la sinergia fondata sul senso di abnegazione reciproco che lega i membri del clan gli uni gli altri, un’unione che ha la precedenza sui bisogni e la sopravvivenza di qualsiasi estraneo. Nessun Lailakuhanda viene lasciato indietro o sacrificato, a qualsiasi costo.
La grande solidarietà e abnegazione fra essi stessi si contrappone ad un trattamento subdolo e cinico riservato agli ingannevoli “Kishi” le “iene” – cioè il resto del mondo.
I piccoli sono tenuti in estrema considerazione ed hanno la precedenza nel nutrirsi. Disdegnano cibi diversi dalla carne, e cacciano sempre in gruppo alla luce del sole. Ogni branco è solitamente guidato da una coppia dominante, ed entrambi i capitribù guidano due gerarchie distinte e separate per donne e uomini. Alcuni individui conservatori si considerano il residuo salvato da Haizleph per garantire la continuazione dei Lailakuhanda, e pare abbiano costituito delle bande per addurre incauti viaggiatori imprigionandoli fino alla Luna Piena, nel tentativo di convertirli forzatamente alla propria schiatta; è inutile dire che raramente gli ostaggi sopravvivono alle brutalità fino alla mutazione, e chi inoltre fallisce nel trasformarsi viene presumibilmente divorato in una sorta di sabba sacrificale. Infatti, sembra siano l’unica stirpe priva di tabù sull’antropofagia, senza remore nel praticarla lucidamente in forma umana, cosa ritenuta dagli altri clan abominevole. Oltre ai tipici culti mannari, i licaionantropi venerano una versione tribale della Nera Madre, da cui probabilmente proviene la loro associazione alla morte ed un particolare accanimento contro gli abomini non-morti. Chaos, invece, è il totem associato a tutto ciò che è loro avverso, la nemesi che ha generato tutti gli abomini che minacciano il clan nella Strigia.
Il luogo dove potrebbero più plausibilmente trovare rifugio a Sid sono i boschi e le alte asperità dei Monti Neri. Sono abituati a cercare zone riparate piuttosto che dimorare all’addiaccio, per questo non disdegnano di vivere in baracche o capanne.
Prevalgono in velocità e riflessi sulle altre famiglie di canidi, e sinergizzano questo talento ad un grande intuito reattivo che gli permette di identificare prontamente le debolezze fisiche dell’avversario.
La divisione in stirpi fa sì che tutti gli esemplari siano parte di un clan, anche tutti quei “randagi” che vengono trasformati casualmente senza essere introdotti al proprio branco di appartenenza. Questi spesso vivono la propria condizione come una maledizione, come reietti della razza umana, ignorando tutti i principi tribali dei propri simili. È infatti spesso il clan che si deve mettere alla ricerca di questi dispersi per ragguagliarli sulla propria natura ed introdurli alle tradizioni tramandate di antenato in antenato; fino ad allora, un mannaro può vivere senza saperne nulla e mantiene semplicemente le sue attitudini ed usanze native – pesantemente condizionate dalla sua trasformazione. Altre volte al contrario, i mannari oriundi colti da nostalgia potrebbero decidere di prendere relative distanze dalla vita selvatica per tornare a frequentare la civiltà.
Differenze di prestazioni e sensi tra le stirpi
Insomma ogni mannaro è diverso dall’altro, ma tutti sono influenzati dal terimorfismo del proprio clan. Questo comporta non solo atteggiamenti e apparenze diverse, ma anche prestazioni: mentre gli orsi mannari sono i più forti ma i meno agili, i licaoni sono certamente i più veloci sulle lunghe distanze, mentre i leoni sono i più pericolosi negli scatti brevi. Il proverbiale fiuto dei mannari è meno sviluppato negli ailurantropi, che di contro possiedono una vista superiore persino al buio ed un udito preciso ed acuto sopra la norma. Le volpi mannare non sono parimenti forti rispetto a tutti gli altri, ma tendono ad essere fra gli esemplari più astuti della razza, oltre ad avere comunque dei sensi finissimi. Nonostante queste differenze relative, tutti i mannari hanno percezioni sensoriali che surclassano quelle umane ed una prestanza fisica eccezionale.
Anche sul piano culturale i clan mostrano alcune differenze, e mentre tutti i totem sono associati a valori comuni come la forza e il coraggio, lo possono essere in misura diversa: gli orsi enfatizzano la preminenza della propria forza, i leoni del coraggio e così via. Clan come licaionantropi e alopecantropi invece mettono questi elementi in secondo luogo avvalendosi di astuzia e scaltrezza come punti di forza maggiore.
Stirpi perdute e avvistamenti
Un tempo pare esistessero altri clan, di cui alcuni esponenti sembra abbiano visitato le terre di Sid fra il sesto e l’undicesimo anno della Nuova Era. Ma probabilmente, questi individui erano gli ultimi della loro stirpe, in quanto i loro simili sembrano ormai del tutto estinti. Parimenti si sono verificati avvistamenti di singolari creature teriantropiche che esulavano dalle caratteristiche comuni alla specie; anch’esse degli esemplari unici nel loro genere. Ad oggi, non è possibile la nascita di mannari di stirpi differenti da quelle note, a meno che questi misteriosi individui non facciano ritorno nelle lande di Sid.
Presenza a Sid, vita civile e boschi
I mannari di tutte le terre conducono esistenze schive, ai margini della civiltà se non proprio distanti da essa, tanto che spesso sono ritenuti frutto di superstizioni o leggende e non si hanno informazioni precise sulla loro esistenza. Sid non fa differenza. Nonostante siano ammessi nel censimento dei sudditi del regno, parrebbe che parte degli esemplari si nasconda fra gli umani o si rifugi nelle foreste, e sono ben pochi gli esemplari che hanno reso la propria esistenza pubblica, come la Generalessa Imperiale Chertonik della tribù di Mordrom detta il Sole Rosso, una ailurantropa che ha condotto le guardie del regno prima e durante la Lunga Guerra. Ed esiste anche un noto licantropo fuorilegge che pare abbia militato nell’esercito prima di essere nominato dalle diarche Sommo Imperiale per un breve periodo.
Ad ogni modo, il rapporto col bosco è pressoché imprescindibile per ogni mannaro, civilizzato o meno: ciascun mese, in occasione del plenilunio, ognuno di essi deve assolutamente allontanarsi dalla città, se vuole evitare problemi.
A nord di Sid, le terre selvagge oltre la Foresta Nera sembrano un habitat ideale per molteplici tribù; sfortuna vuole che anche Soth se ne sia resa conto e, prima della guerra, abbia “arruolato” forzatamente diversi esponenti di quei branchi dispiegandoli come bestie da guerra.
Lingue disponibili
* Comune: lingua parlata a Sid
* Qualsiasi lingua parlata prima del cambio razza (se effettuato in game; se il pg viene registrato già come mannaro: comune)
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